10) Kant. Fenomeni e noumeni.

Nella prima parte della lettura Kant ribadisce la necessit di un
contenuto empirico affinch si abbia la conoscenza, cio i giudizi
sintetici a priori. Le categorie non sono altro che forme del
conoscere.
Nella seconda parte della lettura, dopo aver distinto fra fenomeno
e noumeno, Kant compie un'ulteriore distinzione fra due modi
d'intendere il noumeno, in senso negativo ed in senso positivo.
Secondo il primo modo esso  l'inconoscibile causa del fenomeno,
nel secondo esso  conoscibile con un'intuizione intellettuale,
che l'uomo per non possiede. Quindi il noumeno deve essere inteso
solo secondo il primo significato.
I. Kant, Critica della ragion pura, Parte secondo, An. Trasc.,
secondo, capitolo terzo (pagine 355-356).

Il pensiero  l'operazione di riferire un'intuizione data a un
oggetto. Se la maniera di questa intuizione non  data in nessun
modo, l'oggetto  puramente trascendentale, e il concetto
dell'intelletto non ha altro uso che trascendentale, cio quello
della unit del pensiero di un molteplice in generale. Ora
mediante una categoria pura, - nella quale si astrae da ogni
condizione dell'intuizione sensibile, come dell'unica per noi
possibile, - non viene dunque determinato nessun oggetto, ma solo
espresso in diversis modis il pensiero di un oggetto in generale.
All'uso di un concetto occorre ancora una funzione del giudizio,
secondo la quale un oggetto viene sussunto in quello, dunque la
condizione almeno formale, sotto la quale alcunch pu essere dato
nell'intuizione. Se manca questa condizione del giudizio (schema),
ogni distinzione cade; poich nulla viene dato che possa esser
sussunto nel concetto. L'uso puramente trascendentale delle
categorie non  dunque, nel fatto, alcun uso, e non ha oggetto
determinato o anche solo determinabile secondo la forma. Da ci
segue, che anche la categoria pura non  sufficiente per nessun
principio fondamentale sintetico a priori, e che i princip
fondamentali dell'intelletto puro sono soltanto di uso empirico,
mai trascendentale, mentre che al di sopra del terreno
dell'esperienza possibile non vi possono essere, in generale,
princip sintetici a priori.
Pu essere pertanto consigliabile di esprimersi cos: le categorie
pure, senza condizioni formali della sensibilit, hanno
significato puramente trascendentale, ma non sono d'uso
trascendentale, perch questo  in se stesso impossibile, in
quanto mancano loro le condizioni di qualsiasi uso (nei giudizi),
cio le condizioni formali della sussunzione, in questi concetti,
di un qualsiasi oggetto supponibile. Poich esse dunque (come
semplicemente categorie pure) non devono essere di uso empirico e
non possono essere di uso trascendentale, non hanno nessun uso,
quando vengano separate dalla sensibilit, ossia non possono venir
applicate a nessun oggetto ipotetico. Piuttosto, esse sono
semplicemente la forma pura dell'uso dell'intelletto in rapporto
agli oggetti in generale e al pensiero, senza per poter pensare o
determinare mediante esse sole alcun oggetto.
Intanto si trova qui, alla base, un'illusione difficile a evitare.
Le categorie, secondo la loro origine, non si fondano sulla
sensibilit, come le forme dell'intuizione, spazio e tempo;
sembrano dunque ammettere un'applicazione ampliata oltre tutti gli
oggetti dei sensi. Ma esse non sono per parte loro, una volta
ancora, nient'altro che forme del pensiero, che semplicemente
contengono la possibilit logica, di unificare in una coscienza a
priori il molteplice dato nell'intuizione. E perci, quando si
tolga loro l'unica intuizione per noi possibile, esse possono
avere ancor meno significato che quelle forme sensibili pure,
mediante le quali ancora almeno vien dato un oggetto; mentre che
una maniera di unificazione del molteplice propria del nostro
intelletto, se non interviene quell'intuizione in cui soltanto
questo molteplice pu esser dato, non significa nulla.
[_].
Tuttavia si trova gi nel nostro concetto, quando noi nominiamo
certi oggetti come apparenze, enti sensibili (fenomeni), - in
quanto noi distinguiamo la maniera in cui li intuiamo dalla loro
disposizione in se stessi, - che noi, o questi medesimi secondo
tale ultima disposizione, sebbene non li intuiamo in essa, o anche
altre cose possibili, che non sono affatto oggetti dei nostri
sensi, come semplicemente pensati mediante l'intelletto, allo
stesso modo a quelli contrapponiamo e denominiamo essenze
intellettuali (noumeni). Ora si domanda: se i nostri concetti
intellettuali puri non abbiano significato in relazioni a questi
ultimi, e non possano essere una maniera di conoscenza di essi.
Ma fin da principio si rivela qui un'ambiguit, che pu dar
occasione a grave fraintendimento: che, siccome l'intelletto,
quando esso denomina semplicemente fenomeno un oggetto in una
relazione, oltre a questa relazione si fa pure una
rappresentazione di un oggetto in se stesso e perci si
rappresenta la facolt di poter formare anche concetti di cotali
oggetti, - e siccome l'intelletto non ne fornisce altri che le
categorie, - l'oggetto nel secondo significato dovrebbe almeno
poter essere pensato mediante questi concetti intellettuali puri.
Ma con ci l'intelletto vien traviato a considerare il concetto
interamente indeterminato di un ente intellettuale come un qualche
cosa di generalmente esterno alla nostra sensibilit, come un
concetto determinato di un'essenza, che noi possiamo in qualche
maniera conoscere mediante l'intelletto.
Se noi per noumeno intendiamo una cosa, in quanto essa non 
oggetto della nostra intuizione sensibile, in quanto astraiamo
dalla nostra maniera di intuirla, questo  un noumeno di
significato negativo. Ma se noi per esso intendiamo un oggetto di
una intuizione non sensibile, assumiamo una particolare maniera di
intuizione, cio l'intellettuale, che per non  la nostra e della
quale non possiamo neppure intravvedere la possibilit, e questo
sarebbe il noumeno di significato positivo.
La dottrina della sensibilit  allora in pari tempo la dottrina
dei noumeni di significato negativo, ossia di cose, che
l'intelletto deve pensare senza questa relazione alla nostra
maniera di intuire, dunque non semplicemente come apparenze, ma
come cose in se stesse, delle quali esso per in tale separazione
concepisce ad un tempo, che non potrebbe fare nessun uso delle sue
categorie per considerarle in tal modo, perch queste hanno
significato solo in relazione all'unit delle intuizioni nello
spazio e nel tempo, ma appunto possono determinare questa unit
mediante concetti universali di connessione a priori solo a causa
della pura idealit dello spazio e del tempo. Dove non si pu
trovare questa unit temporale, precisamente nel noumeno, cessa
pienamente l'intero uso, anzi ogni significato delle categorie;
perch nemmeno si lascia pi intravedere la possibilit delle
cose, che devono corrispondere alle categorie. Ma la possibilit
di una cosa non pu essere mai dimostrata solamente movendo dalla
non contradditoriet di un concetto di essa, ma solo mediante il
fatto che si prova questo con un'intuizione a esso corrispondente.
Quando noi dunque volessimo applicare le categorie a oggetti, che
non vengono considerati come apparenze, dovremmo porne a
fondamento una intuizione diversa dalla sensibile, e allora
l'oggetto sarebbe un noumeno di significato positivo. Siccome una
intuizione siffatta, ossia intellettuale, si trova assolutamente
all'infuori della nostra facolt di conoscere, anche l'uso delle
categorie non pu in alcun modo estendersi oltre i limiti degli
oggetti dell'esperienza. E se agli enti sensibili corrispondono
certamente essenze intellettuali, si possono dare anche essenze
intellettuali con le quali la nostra facolt d'intuizione
sensibile non ha relazione alcuna: ma i nostri concetti
dell'intelletto, come pure forme di pensiero per la nostra
intuizione sensibile, non si estendono menomamente fino ad essi.
Pertanto ci che da noi vien denominato noumeno, deve come tale
essere inteso soltanto con significato negativo_.
Il concetto di un noumeno  dunque solamente un concetto limite,
per delimitare la misura della sensibilit, e dunque soltanto di
uso negativo. Esso non  tuttavia costruito arbitrariamente, ma 
connesso con la limitazione della sensibilit, senza poter porre
per alcunch di positivo all'infuori dell'estensione di essa.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 246-249.
